Per me…

Für Mich è un lavoro coraggioso, molto coraggioso, e al tempo stesso è una storia dalle molteplici sfaccettature: denuncia, vendetta, riscatto e rinascita.

Il tema trattato è estremamente delicato ed intimo: l’abuso sessuale subito dall’autrice, che attraverso la fotografia trova la forza di ‘parlare’ della violenza subita e dell’orco che l’ha perpetrata.

Il libro si apre con una vecchia fotografia d’archivio che ritrae Sina da ragazzina, sorridente , spensierata: si passa poi a dei frammenti di una fotografia fatta a pezzi e ad alcuni pensieri che trasformano quell’apparente allegria in un incubo.

Quei frammenti sono ciò che resta della fotografia che ritrae il mostro che le ha portato via l’innocenza ed un modo per rivalersi.

Continuando a sfogliare le pagine del libro si alternano ricordi che assumono contorni sempre più dolorosi nonostante la patina di colore e apparente infanzia felice, e la violenza ‘delicata’ di Sina che lentamente distrugge l’immagine dell’orco.

Non è solo un progetto fotografico, ma un vero e proprio messaggio di solidarietà e comunanza verso quelle donne che hanno subito lo stesso tragico destino. 

Un perfetto ed efficace connubio tra fotografia, parole e grafica che segna una svolta nella vita di Sina, ora che non ha paura di nascondersi e di parlarne: sperando che non sia l’unica e che possa essere un vero e proprio esempio, considerando che le statistiche parlano di tre donne su cinque che prima o poi subiranno abusi sessuali.

‘La spinta iniziale per fare questo lavoro, è stata rabbia repressa. Mentre cercavo di capire se e come avrei dovuto lavorare in modo creativo sulla mia esperienza di abusi sessuali, mi sono resa conto che in tutti questi anni non mi ero mai arrabbiata e avevo sempre proiettato sentimenti negativi contro me stessa.

Quindi una delle prime cose cui ho pensato è stato come reindirizzare la mia rabbia verso la persona che dovrebbe invece riceverla: colui che mi aveva fatto violenza.

Ovviamente non potevo essere violenta nei suoi confronti, così ho avuto l’idea di raccogliere immagini di lui e poi distruggerle. Ho pensato a diversi metodi su come distruggere le immagini e alla fine ho deciso per l’autodistruzione che avevo messo in atto su me stessa per così tanto tempo, come tagliarmi con forbici o lame di rasoio. Quello fu il primo passo per riorganizzare e liberare emozioni che avevo sempre trattenuto o trasformato in qualcos’altro.

Il passo successivo è stato diventare biografa di me stessa e passare in rassegna tutte le mie vecchie foto e diari di famiglia. Mentre esaminavo i negativi fotografici in ordine cronologico, ho fatto una scoperta sorprendente e molto importante: c’era un cambiamento chiaro nel modo in cui mi mettevo in posa quando mi fotografavano, trasformandomi da una ragazza aperta, incurante, sorridente davanti la macchina fotografica, a una persona di famiglia timida e pensierosa sempre in disparte rispetto agli altri.

Tutto questo è stato da un lato scioccante per me, e dall’altro è servito come prova per confermare finalmente la mia storia. Sono sicura che molte altre vittime di abusi sessuali provino la stessa cosa, ovvero che uno dei passi più difficili da fare è smettere di negare quello che è successo, sia che tu lo faccia perché sembra più facile andare avanti o che lo facciano altri perché non riescono a gestire la verità.
Ho quindi deciso di tornare nei luoghi in cui mi sono ricordata che mi sentivo particolarmente a disagio e avevo un chiaro ricordo della situazione. Mi sono concessa di immergermi totalmente nella situazione, pensando a cosa era stato detto, a chi altro c’era, ricordando gli odori, come mi sentivo. Solo dopo ho scattato alcune fotografie con una macchina analogica per concentrarmi sul luogo.

Sebbene a un certo punto mentre rivisitavo questi luoghi ho sperimentato una ri-traumatizzazione, il progetto mi ha aiutato molto a riflettere su ciò che era accaduto e trarre conclusioni su certi comportamenti che avevo sviluppato nel corso degli anni. Mi sono concessa di provare ogni tipo di emozione e di essere molto onesta con me stessa. Mi sono abbandonata al pianto quando sentivo che dovevo farlo e non mi dicevo di trattenere le lacrime fingendo di star bene, cosa che avevo fatto invece per molto tempo.

È stato anche un grande sollievo parlare apertamente con gli amici del progetto e quindi dell’esperienza che avevo avuto. Era chiaro che avevo subito un qualcosa di cui non avevo assolutamente alcuna colpa e di cui non dovevo vergognarmi di parlarne – anzi, il libro che ho realizzato dal progetto mi sembra il mio tesoro personale, come una chiave per capirmi che posso ora mostrare a chiunque in qualsiasi momento, se necessario.

Sono riuscita a trasformare qualcosa di negativo che qualcuno mi ha fatto in qualcosa di costruttivo e positivo.

Sono passata da vittima passiva ad essere una sopravvissuta orgogliosa e forte.’

Sina Niemeyer

http://www.sinaniemeyer.com/you-taught-me/