Il pulsante è ancora rosso, significa occupato: l’ascensore tarda ad arrivare, poi eccolo dopo un’attesa che è sembrata interminabile. 

E’ una mano tremante, appendice di un braccio dove pochi lembi di pelle sono intatti, che preme il numero della nostra destinazione: il nono piano.

Siamo diretti nell’appartamento situato nella FIfth Avenue di Manhattan, o sarebbe meglio definirlo ex appartamento come ex milionario è Joe Smith, che negli anni 60 del secolo scorso permise ad un tossicodipendente di trasferirvisi .

Oltre a non ottenere mai i soldi dell’affitto, Smith vide trasformarsi lentamente il suo appartamento in un rifugio per tossici, che lo svuotarono di tutti gli oggetti che potevano avere un valore, per alimentare la loro dipendenza.

Esistenze ridotte ai minimi termini, costrette a vivere senza corrente elettrica e gas, quindi in condizioni igienico sanitarie estremamente precarie.

Alcune stime collocano un numero di tossicodipendenti da eroina negli Stati Uniti a 600.000 individui, con un numero crescente di adolescenti e giovani adulti che vanno ad incrementare questo numero già impressionante.

In questo appartamento veniamo guidati dalla fotografa Jessica Dimmock, rappresentata dalla VII Agency.

Concentrando il suo obiettivo su tre persone o meglio tre storie, la Dimmock osserva e ascolta mentre i giovani del nono piano sprofondano nella disperazione e cercano contemporaneamente un’improbabile via verso la redenzione.

Riesce addirittura a stabilire un legame profondo  con una giovane coppia che dopo la nascita di loro figlio decide di abbandonare quella comunità così fuori dal mondo.

Questa è una delle testimoninaze di uno degli occupanti del nono piano,Jessie: ‘Com’è stata la prima volta mi sono fatta di eroina? Non lo dimenticherò mai. La porta del mio compagno di stanza era aperta, c’era po ‘di crack sul letto ed era come vivere un film o qualcosa del genere. C’erano la candela e il cucchiaio sopra la candela. E cos’ è iniziato il mio viaggio nella dipendenza’

‘The Ninth Floor’ è un’esperienza nel degrado mentale, ancor prima che fisico: è una caduta irreversibile nella dipendenza dove sì ha l’amarissima sensazione che non ci sia possibilità alcuna di risalita e rinascita.

E’ un progetto empatico , che viste le difficoltà nel creare relazioni, esalta la capacità della Dimmock di porsi di fronte ad una situazione borderline in cui la fotografa diventa muta testimone.

Si dice spesso che il fotoreporter abbia la necessità di diventare invisibile per raccontare una buona storia: ultimamente ci è capitato di ascoltare una frase in proposito da un ‘certo’ Paolo Pellegrin che dice che il fotografo diventa invisibile quando la sua presenza diventa particolarmente ingombrante: Jessica Dimmock è riuscita pienamente a dimostrare questo concetto.

Il segnale dell’ascensore è spento, stavolta è il nostro dito che preme quel pulsante; il viaggio dell’ascensore ci consente di riflettere su questo trip di immagini. Lo scatto della cabina ci risveglia; è ora di tornare nella luce, e ci si chiede se sia stato tutto un sogno o se veramente l’umanità ha questa capacità innata di autodistruggersi.

Fuori c’è il sole, la gente si muove freneticamente, un’ultimo sguardo verso questo palazzo: nel cuore dell’America per bene, c’è un ascensore che sale, perché l’inferno non è solo una discesa…