Esistono progetti che hanno bisogno di tempo per essere donati alla nostra visione e ai nostri occhi.
Le ragioni di quest’attesa possono essere molteplici e molto diverse tra loro; dall’esigenza personale ed intima del fotografo ad una situazione che nel momento in cui viene realizzata non corrisponde alla richiesta del mercato e dell’opinione pubblica.

Per presentare ‘Glasgow’ del fotografo francese Raymond Depardon, membro dell’agenzia Magnum, era necessaria questa premessa.

Il progetto nacque infatti da un assegnato da parte del Sunday Times che intendeva rivalutare a livello turistico la città scozzese, ritenuta meta sottovalutata rispetto alle sue potenzialità.

Siamo nei primi anni 80 e Depardon era all’epoca reduce dal reportage a Beirut, durante la guerra civile libanese dell’82.
Il fotografo trovò moltissime similitudini tra Glasgow e Beirut; per motivi assolutamente diversi entrambe le città attraversavano una crisi profonda.

Se per Beirut i motivi erano prettamente legati al sanguinoso conflitto, Glasgow era segnata da una profonda crisi economica , risultato della politica attuata dalla Lady di Ferro Maragaret Thachter.

La Glasgow di Depardon è molto vicina a realtà odierne, una sorta di enorme periferia, depotenziata di servizi e opportunità e ridotta ad un enorme quartiere dormitorio; ma nonostante le oggettive difficoltà la popolazione dimostrò un grande senso di comunità ed appartenenza.

Depardon si cala in una realtà inaspettata, come lui stesso dichiara, mai si sarebbe aspettato di trovare una città europea ridotta in un simile stato, permeata in un’atmosfera da vera e propria guerra civile.

“Ho lavorato a Glasgow come ho fatto per le strade di Beirut, senza pregiudizio e nonostante fossi sconvolto dalla povertà, amavo ogni minuto. Non importa dove io sia andato, la gente era accogliente e non sembrava mai triste per il proprio destino”.
A far da fixxer per Depardon nella sua esplorazione della prima città scozzese per estensione, furono i bambini.
“E’ grazie a loro che ho potuto scattare fotografie incredibili, perché per i bambini ero solo un nuovo amico con cui giocare“.

Ma le immagini prodotte dal reporter francese non vengono prese in considerazione in virtù di una certa estetica volta a raccontare qualcosa di estremamente crudo; ‘Glasgow’ rimane infatti un progetto inedito fino al 2016 quando diviene un libro, la cui prefazione è curata dallo scrittore britannico William Boyd che rimase particolarmente colpito dalla straordinaria potenza narrativa delle immagini tanto da dichiarare che queste erano la perfetta rappresentazione della situazione all’ora attuale: “la privazione e la disperazione incise nei volti dei giovani e dei vecchi”.

‘Glasgow’ è un documento per immagini unico, in cui si mescolano diversi sentimenti e sensazioni: la bellezza e la forza delle immagini sono una continua riflessione su un’epoca lontana, eppure ancora così vicina se proviamo a pensare all’attuale momento che il Regno Unito sta vivendo in relazione con la Brexit.

‘Glasgow’ è uno scrigno di storie raccolte in un unico fotogramma, un puzzle che si compone lentamente e che alla sua definizione ci lascia un sapore agrodolce che difficilmente riusciremo a dimenticare.

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