In un episodio dell’Odissea, Omero racconta di come la nave che trasportava Ulisse ed i suoi compagni, venne scaraventata dal mare in tempesta su un’isola molto particolare, i cui abitanti si nutrivano di un cibo molto particolare: i fiori di loto.

Inebriati anch’essi dal loro sapore, ne diventano quasi dipendenti, tanto che vengono costretti in maniera coatta a salire sulla nave per proseguire il loro viaggio.

L’idea omerica del loto è sopravvissuta e oggi rappresenta ancora qualcosa di dolce e avvincente, in grado di indurre un oblio sognante e un gentile senso di compiacimento. 

Lotus, il progetto e libro di Max Pinckers in collaborazione con Quinten De Bruyn, esplora in maniera tangibile proprio queste proprietà.

Una serie di transessuali thailandesi diventa protagonista di un vero e proprio documentario, attraverso la scelta coraggiosa di affidarsi alla fotografia di scena.

I personaggi in scena si muovono in una sorta di enorme spazio espositivo; una delle illustrazioni del libro ci mostra infatti i travetti che sostengono questo set teatrale.

Nello spettatore nasce la sensazione di essere nel backstage di questo insolito spettacolo; stiamo guardando attraverso il sipario, come se noi stessi facessimo parte di una performance.

Pinckers ci sta già sfidando.

Il labirinto dello spazio espositivo, il blu che sembra voler infondere tranquillità, i meccanismi pratici dello spazio teatrale e il titolo stesso sembrano tutti suggerire un’esperienza rilassante ma al tempo stesso confusa, in cui le cose non sono come appaiono; siamo di fronte ad una commedia dal sapore pirandelliano.

Pinckers chiede al pubblico di “mettere in discussione l’autenticità di un’immagine”.

Per lui  ‘la fotografia documentaria assume la sua forma più eccitante, carica e creativa, quando la pretesa dell’obiettività viene scartata.’

Osservazione sui cui c’è molto da riflettere.

Ma è interessante scoprire proprio attraverso le Pinkers cosa ci sia dietro Lotus.

“La finzione ci insegna spesso più sulla realtà che la realtà stessa”, afferma. “Senza obiettività non ci sarebbe tensione tra ciò che vediamo e crediamo. Se dimentichiamo l’obiettività, non guarderemmo la fotografia allo stesso modo. È necessario per far credere allo spettatore ciò che sta vedendo e mettere in discussione questa realtà rappresentata nelle fotografie . Cerchiamo di fare fotografia documentaria, ma allo stesso tempo provo a sfidare questa disciplina. Generalmente, la fotografia documentaria è associata alle istantanee. Il fotografo entra in un luogo nel ruolo di spettatore obiettivo, finge di essere assente, scatta una fotografia e se ne va.

Al contrario, io cercho di adottare un punto di vista soggettivo. Conosco le persone, provo a immaginare le fotografie e le creo in collaborazione con le persone. Sono alla ricerca di effetti teatrali, ma voglio anche sollevare dubbi sul fatto che qualcosa sia reale o sia messo in scena e costruito. “

Pinckers ha iniziato la serie nel 2011, ma ha pubblicato Lotus solo alla fine del 2016, tramite la sua casa editrice indipendente Lyre Press. 

Il libro ha una tiratura di 3000 copie, composto da 75 fotografie a colori, scattate con una Mamiya RB67 e più di 100 realizzate con usa e getta Polaroid.

Pinckers afferma che la sua fotografia ha come obiettivo “la creazione di un primo livello di incertezza”, e quindi il semplice legame di queste fotografie pone già una domanda: cosa stiamo guardando? Apparentemente questa è una serie sulla sottocultura transessuale della Thailandia, che mostra gli individui in diverse fasi della transizione verso la femminilità.

Poi c’è la famigerata cultura di fama mondiale che circonda il transessualismo in Thailandia.

 I transessuali – conosciuti nel linguaggio comune come “ladyboys” – sono considerati solo come  prostitute. 

‘Lotus è un tentativo di mostrare quanti più aspetti possibili del transgenderismo, in tutti i livelli della società”, così come i processi che stanno dietro.

Cliniche, chirurghi, vita notturna, vita studentesca, vita quotidiana, concorsi di bellezza, gruppi di attivisti, cultura popolare, tradizioni e persino riferimenti alla mitologia buddista” sono stati tutti fotografati, nel tentativo di “fornire qualcosa di più di scene di vita notturna stereotipate di prostitute. 

Un uomo che diventa donna è più reale della versione maschile di se stesso. Questo era l’esempio perfetto di come l’oggettività possa fluttuare e di come le verità personali siano in conflitto con le idee generali di “verità”. 

Lotus è un lavoro complesso, non solo dal punto di vista fotografico e che mette in risalto gli evidenti cambiamenti che la fotografia documentaria ha subito nel corso degli anni.

Probabilmente nel secolo scorso la tendenza a ‘costruire’ un’immagine era abbondantemente utilizzata, ma sotto un sacro silenzio; Pinckers non si nasconde, anzi esalta la sua scelta, la fotografia diventa fiction ma non indebolisce per questo la sua forza di strumento narratore.

Una frontiera non nuovissima, ma sicuramente controversa che si presta ad un dibattito in cui potremmo davvero vederne e sentirne delle belle…

http://www.maxpinckers.be/projects/lotus