Giriamo le chiavi della macchina e facciamo girare il motore al minimo, nel nostro lettore cd le note struggenti tratte dal brano Opium dei Dead Can Dance: direzione South Dakota, stato federato degli USA situato nelle alte pianure del Midwest e deve il suo nome alla tribù di Nativi Dakota.
Reso famoso dalla scultura dei grandi Presidenti statunitensi impressa sul monte Rushmore, il South Dakota è il Paese di origine di Rebecca Norris Webb, che proprio qui, nel 2005, inizia un progetto fotografico da dedicare alla sua terra natia.

La densità di popolazione è minima, ma è invece ricca la presenza di bufali, pronghorn, coyote, cervi muli, fagiani dal collo ad anello e cani della prateria, che occupano un posto di rilievo in questi luoghi selvaggi.
È un paesaggio dominato da spazi sconfinati, dal silenzio e dalla solitudine, dal vento brutale e dalle condizioni meteorologiche estreme.
Il progetto iniziale è la ricerca di una visione intima e personale dell’Occidente; l’interpretazione di uno spazio che per qualcuno che qui è cresciuto, è semplicemente casa.
Ma ad un anno dall’inizio del progetto, un tragico avvenimento sconvolge la vita della Webb: uno dei fratelli muore improvvisamente.
Ecco che allora il paesaggio del South Dakota per mesi, diventa un palliativo al dolore dovuto alla perdita.
La Webb si mette alla guida attraverso i calanchi, le praterie e immagina nuove fotografie, ma ora lo sguardo è diverso
Il suo intento è quello di costruire una vera e propria geografia della perdita!

Il primo anno di lutto divenne un concentrato di confusione tra stanze di motel, strade secondarie e sogni ricorrenti del fratello scomparso; tutto ciò è racchiuso in un’immagine particolarmente sfuggente, infestata, onirica.
Un giorno nuvoloso, su una strada di campagna deserta nella valle del fiume Missouri, si innalza improvviso uno stormo composto da migliaia di merli.
Gli uccelli, volando attraverso un cielo cupo e instabile, assumono forma di una creatura enorme, oscura, ondulata, famelica, che ha raccolto quel che resta nei campi di girasole negli ultimi giorni di autunno.

Quegli stessi merli continuano ad affollare le sue visioni nei giorni successivi, diventando quasi un’ossessione per lei e per la sua fotocamera, tanto che, come racconta la stessa fotografa, iniziarono addirittura ad infestare i suoi sogni, e non solo i terreni dei contadini.

Poi un pomeriggio, vicino alla cittadina di Grey Goose, lo stormo sembra immobile su un campo di girasoli. a Macchina fotografica al collo la fotografa si avvicina al campo, accovacciata e preoccupata di spaventare gli uccelli.
Lo stormo non si muoveva dal campo, come se quel giorno i semi di cui nutrirsi fossero infiniti.
I girasoli torreggianti la nascondevano dai merli e proprio curva sotto uno di questi, l’otturatore scatta più e più volte fino a quando lo stormo svanisce ancora una volta nel freddo e grigio cielo di novembre.

Il lutto che l’ha colpita ha cambiato profondamente il linguaggio e l’interpretazione del quotidiano che la circonda: le fotografie realizzate cambiano profondamente rispetto all’inizio.
Si caricano di toni ‘autunnali’ e non si vergognano nel mostrare all’esterno la loro profonda vena malinconica.

“Vedo l’autunno e l’inverno, nelle fotografie, ma non la primavera” confessa alla scrittrice Linda Hasselstrom nel suo ranch a Hermosa, dove hanno collaborato alla stesura dei testi che accompagneranno il libro che nascerà.

“Quando sei in lutto, non c’è primavera”, rispose Hasselstrom.

My Dakota diverrà il libro, che racconterà attraverso le sue immagini, il momento oscuro di un’esistenza, nel tentativo di assorbirlo, distillarlo e, alla fine, lasciarlo andare.

E’un viaggio verso la speranza di rinascita, cercando nei luoghi più cari un ricordo cui aggrapparsi, un gesto che riporti indietro nel tempo per rivivere ciò che non potrà più essere.

My Dakota è un lavoro estremamente complesso, non traggano in inganno le fotografie, apparentemente semplici, ma ricche di pathos e intrise di emozioni intime, sono frammenti di sogni sospesi e realtà infranta

Ogni fotografia di questo progetto è una lacrima e metterle insieme ha significato asciugarle…

Non è un semplice viaggio attraverso il South Dakota, ma un’esperienza onirica di cui purtroppo ogni essere umano farà parte durante la propria esistenza.

Strade polverose, animali che animano immense praterie, cieli che sembrano voler cadere su tutto questo; torniamo alla colonna sonora che ci ha accompagnato, fate ripartire il cd nel vostro lettore, i Dead Can Dance sono davvero la colonna sonora ideale, inizia Amensia, l’atmosfera si impregna di malinconia, la polvere si mischia alle lacrime.

E’ così necessario dover guardare avanti…

Saw the demonstration
On remembrance day
Lest we forget the lesson
Enshrined in funeral clay
History is never written
By those who’ve lost
The defeated must bear witness to
Our collective memory loss

https://www.webbnorriswebb.co/book/rebecca/my-dakota