Da uno studio effettuato nel 2014 le aziende agricole registrate sul nostro pianeta erano circa 570 milioni, con oltre il 90% a conduzione familiare.

Queste aziende hanno dato da mangiare alla maggior parte delle 7,5 miliardi di persone nel mondo.

Un dato impressionante se si pensa al continuo sviluppo industriale che investe l’economia mondiale, penalizzando in maniera importante il settore terziario.

La storia che andiamo a raccontare oggi prende spunto da un fatto di cronaca avvenuto in India nel 2011, quando il 35enne contadino di cotone Sanjay Sarate rientrando in casa si accascia in terra. “Ho ingerito dei pesticidi. Sto per morire “, le ultime parole sussurrate alla moglie. 

Negli ultimi 21 anni, in India, circa 300.000 agricoltori si sono suicidati.

Molti di questi hanno fatto ricorso ad ingenti prestiti in denaro, attraverso programmi governativi o istituti di credito privati, ​​per migliorare la produzione delle loro colture, sia in termini di qualità che di quantità. 

Purtroppo non sono stati in grado di ripagare i propri debiti e la situazione li ha spinti all’estremo atto del suicidio.

A causa della rapida trasformazione dell’economia indiana, traslata dalla leva rurale a quella urbana e industriale in cui le regole del mercato libero hanno dettato legge , gli agricoltori hanno dovuto affrontare immensi problemi sociali ed economici. 

La maggior parte di questi, proprio come il sopra citato Sanjay, ha trovato rifugio nella morte attraverso l’assunzione di pesticidi, altri si sono arsi vivi, altri si impiccavano o addirittura si gettavano nei pozzi.

La fotografa di origine egiziana Laura El Tantawy ha così iniziato un’esplorazione visiva dell’intima relazione tra uomo e terra. 

Il progetto che nasce è ‘I’ll die for you, iniziato nel 2008 e tuttora in fase di realizzazione.

Si tratta di una vera e propria commemorazione delle persone scomparse, attraverso i loro volti ritratti negli annunci funebri, ma non solo come avremo modo di approfondire.

Fonte di ispirazione, come dichiarato dalla fotografa stessa, è stato il nonno paterno Hussein, un contadino cresciuto nel delta del Nilo in Egitto, e qui morto proprio per la sua enorme dedizione alla terra. 

‘I’ll die for you’  è una lunga riflessione su questo legame unico: il rapporto di dipendenza tra il contadino, bisognoso della terra per vivere e di quella terra stessa che del contadino necessita per sopravvivere. 

Uno stile di vita, ma soprattutto una scelta coraggiosa e di cuore per certi versi, anche solitaria, in cui uomo e terra sono una cosa sola.

Scegliendo i piccoli contadi come punto focale, l’agricoltura assume il significato di un modo di vivere decrescente, una conseguenza di persistenti variazioni climatiche, di dure sopportazioni fisiche ed economiche.

La struttura del progetto della El-Tantawy è estremamente complesso, dipanandosi in tre capitoli che formano un corpo unico.

I ritratti dei contadini defunti, quelli struggenti delle vedove ed infine i segni di quella terra per cui si è sacrificata fino all’ultimo la propria vita.

Nel primo capitolo gli occhi degli uomini guardano diritti nei nostri, uno sguardo orizzontale tipico di una foto posata chissà in quali circostanze, magari gioiose, oggi utilizzate per fornire l’ultimo loro ricordo.

Nel secondo capitolo bucano l’anima quegli sguardi persi nel vuoto delle donne rimaste sole, costrette a farsi carico di un fardello estremamente pesante da sopportare; vacui, tristi, assenti, gemme preziose incastonate in volti segnati dalla vita e dalla sofferenza.

Il terzo capitolo gioca su una fotografia concettuale che ci parla di quella terra così benedetta e maledetta al tempo stesso, capace di dare la vita ed al tempo stesso di toglierla.

Segni, segni della natura e segni del corpo umano, si alternano confondendosi tra loro in maniera poetica e struggente al tempo stesso.

‘I’ll die for you’ non è semplicemente un progetto fotografico, siamo di fronte ad una ricerca antropologica sul rapporto tra uomo e Natura e le conseguenze che ne scaturiscono: il rincorrersi inevitabile della vita e la morte, perché senza di una non esisterebbe l’altra.

Jihad Soliman Sawafitah, 40,

Usciamo da questo viaggio come da un’esperienza onirica, l’aria si riempie di quei profumi che solo la terra ci sa regalare, quella terra così generosa e al tempo stesso così crudele e così egoista, da pretendere quella vita necessaria per sopravvivere.

http://www.lauraeltantawy.com

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http://www.ill-die-for-you.com