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Laboratorio Permanente d'Immagine

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The Middle Of Somewhere

Per Sam Harris la famiglia è tutto, il punto fermo, la sicurezza e la solidità, tutti aspetti grazie ai quali
affrontare, con animo e coraggio, i grandi cambiamenti che la vita, a volte inaspettatamente, ci prospetta.
Guardarsi indietro e scoprire che per andare avanti devi perderti, toccare il fondo. Quindi ripartire
credendo in te stesso. Sam Harris è se stesso anche e soprattutto grazie alla sua famiglia, la moglie Yael e le
sue due figlie, Uma e Yali, sono tutto. Nonostante le difficoltà, la conferma di poter contare su di loro,
permette a Sam di cambiare come uomo, e la sua fotografia di conseguenza diventa più matura e
consapevole .
Sam ricomincia proprio da quelle uniche ma forti convinzioni. Inizia cosi un profondo, suggestivo e
meraviglioso racconto della sua famiglia, una sorta di diario fotografico che è partito nel 2002 con un
viaggio di sola andata in India e prosegue tutt’ora.
Il 2008 è un anno di svolta per Sam e la sua famiglia, arriva il trasferimento in un luogo magico, un
piccolissimo villaggio all’interno di una foresta nel sud dell’Australia. Una scelta consapevole e l’inizio di una
vita semplice ma ricca di rapporti umani veri e tanto contatto con la natura.
La fotografia di Sam racconta questo paradiso, le bambine crescono con il papà che le fotografa con affetto
e passione, la moglie che ama meno essere ripresa, lo incoraggia però a proseguire nella sua avventura, che
si trasforma sempre più in un vero e proprio atto d’amore. E’ comunque un percorso difficile, Sam deve
spesso conciliare quest’esperienza fotografica molto intensa, con gli impegni impellenti di un papà alle
prese con delle figlie piccole, affrontare inoltre la crescita di tutta la famiglia e al tempo stesso non perdere
la curiosità e la voglia di raccontare qualcosa di speciale, in un’ambiente che inevitabilmente dopo poco
diventa scontato e a tratti monotono. Sam Harris non si arrende e continua a narrare in un modo unico,
poetico, coinvolgente e ricco di atmosfera questa bellissima storia.
Poi ad un certo punto l’esigenza di dare forma a questo incredibile diario di famiglia, l’idea di un libro, che
come dice Sam va al di là di una mostra e stringe un sodalizio tra il fotografo e chi lo osserva, un viaggio
condiviso. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire ogni volta che si risfoglia un libro fotografico.
L’incontro con una casa editrice “speciale” – CEIBA Edition – tramuta il sogno di Sam realtà, nel 2015 viene
pubblicato “The Middle of Somewhere” che ottiene subito grandi riconoscimenti e vince numerosi premi.

http://samharrisphoto.com/

Una fine già scritta

The Epilogue è , prima ancora di un progetto fotografico, un libro unico nel suo genere con un impianto narrativo straordinario, che ha forse aperto una vero e proprio filone che riguarda l’indagine fotografica.

Autrice la fotografa spagnola Laia Abril, che si cimenta ancora una volta nella documentazione fotografica legata ai disturbi alimentari.

Sulla copertina c’è il volto coperto da un quadratino  blu; ma chi è la ragazza ritratta , protagonista di questa storia?

Si tratta di Cammy Robinson, vittima di un disturbo alimentare purtroppo molto diffuso: la bulimia.

Una ragazza come tante, una figlia, sorella, amica e studentessa, ma affetta anche da problemi legati alla depressione sfociata poi nel disturbo che la porterà alla morte.

Ed ecco che The Epilogue diventa la risposta alla complessa questione legata all’identità ma soprattutto alla personalità di Cammy; e lo fa attraverso pagine importanti e ‘pesanti’ in cui si alternano immagini di archivio e contemporanee, lettere, interviste, documenti, mappe e storie.

Ogni frammento ha la peculiarità di essere riprodotto nei minimi dettagli, dalla scelta della carta, al suo peso stesso; una ricerca minuziosa che ricrea veri e propri frammenti di vita che la Abril ci consente di saggiare al tatto.

Si ha quasi la sensazioni di leggere una sorta di romanzo per immagini; man mano che scorriamo le pagine abbiamo la sensazione di scoprire qualche dettaglio in più sulla vita di questa sfortunata ragazza.

Ma non siamo solo noi a scoprire, paradossalmente anche la famiglia di Cammy viene a conoscenza di aspetti di vita probabilmente solo sfiorati ma mai davvero appurati con consapevolezza.

Si poteva porre rimedio? Cammy era talmente infelice da non poter essere aiutata in alcun modo?

La narrazione diventa man mano sempre più potente, gli sprazzi di luce e gioia smettono di comparire lasciando spazio alla frustrazione e lasciando poca speranza rispetto all’inevitabile epilogo.

Un finale in realtà già scritto nel titolo di quest’opera, al tempo stesso interessante e straziante, in cui ci vengono aperte le porte di un’esistenza travagliata e dolorosa quale è stata quella di Cammy.

Un progetto la cui realizzazione grafica gioca un ruolo fondamentale; la riproduzione documentale ci consente di ‘vivere’ un’esperienza sensoriale che va oltre l’aspetto visivo.

Una fotografia insolita, sperimentale ed estremamente matura, che sfocia in un libro premiato con diversi riconoscimenti internazionali e che narra una storia triste, quella di una ragazza che potrebbe essere la nostra vicina di casa…

http://www.laiaabril.com/project/the-epilogue/
“She start losing weight before collage, we all thought was a positive thing, nobody actually knew what was really going on” – Tommy, Cammy’s brother. In the picture a still-life photograph of Cammy’s scale at her parent’s house. Chattanooga, Tennessee, 2013. Note: the background of this image has being altered with photoshop. This is the story of the Robinson family – and the aftermath suffered in losing their 26 year old daughter to bulimia. Working closely with the family Laia Abril reconstructs Cammy’s life telling her story through flashbacks – memories, testimonies, objects, letters, places and images. The Epilogue gives voice to the suffering of the family, the indirect victims of ‘eating disorders’, the unwilling eyewitnesses of a very painful degeneration. Laia Abril shows us the dilemmas and struggles confronted by many young girls; the problems families face in dealing with guilt and the grieving process; the frustration of close friends and the dark ghosts of this deadliest of illnesses; all blended together in the bittersweet act of remembering a loved one.

La poesia e la guerra

La sinestesia è una figura retorica che prevede l’accostamento di due parole appartenenti a due piani sensoriali diversi.

Ha largo uso in poesia ed in genere nella versificazione, ma proviamo a domandarci se la fotografia ha la capacità di renderla propria.

La risposta arriva da un progetto di Ivor Prickett, inizialmente conosciuto come ‘The Quiet After The Storm’ , oggi noto come ‘Returning Home’.

Un vero viaggio di ritorno verso le terre della ex Jugoslavia, teatro di una sanguinosa guerra civile e pulizia etnica all’inizio degli anni 90; un ritorno alle proprie origini, ma soprattutto in quel luogo chiamato casa.

Le fotografie sono state realizzate seguendo un itinerario ideale che collega la Croazia all’Abcasia, un territorio caucasico rivendicato dalla Georgia, ma di fatto indipendente pur se non riconosciuto dalla UE.

L’impatto visivo è potentissimo; una mamma seduta su un letto intenta a dar da mangiare ad un neonato; le gambe del papà steso accanto al loro crea una figura geometrica per cui i loro corpi si intersecano fondendosi quasi in un’unica figura. La luce caravaggesca regala la prima di tante poesie visive che ritroveremo all’interno di questo lavoro.

Ricostruzione, voglia di ricominciare, ma anche un giustificabile senso di rassegnazione; sentimenti che ci accompagnano nelle immagini seguenti, tra adulti anziani e bambini. Sempre accompagnati da quella luce che trasforma la fotografia di Prickett in un grande affresco pittorico.

La galleria si arricchisce di personaggi e situazioni che sembrano animarsi, letteralmente prendere vita, proprio continuando a vivere le loro vite; dalla bottega del barbiere alla stalla del fattore, entrando in punta di piedi nell’intimità delle abitazioni da dove emergono prepotenti profumi, suoni, lacrime e sudore.

Chiude questa prima parte si chiude con l’immagine di una donna che cammina verso di noi, un fagotto in mano, non un arrivederci ma un nuovo inizio; emblematica proprio la frontalità dell’immagine che mostra il volto e non le spalle.

Non cambia il mood con cui veniamo trasportati in Abcasia, dove il ritmo sembra essere più veloce ed il colore diventa più dominante seppur protagonista in una decadenza latente.
C’è un filo conduttore che lega questa seconda parte, e sono proprio i colori: l’azzurro della purezza e il verde della speranza.
L’elemento pittorico non manca neanche in Abcasia, vero marchio d’autore del fotografo irlandese; tanto che la chiusura del progetto è affidata ad un’immagine dai forti richiami all’iconografia religiosa cristiana, la Natività.
Una rinascita per questa gente e questi territori martoriati e intrisi di sangue.

Pochi progetti raccontano la guerra, o meglio le conseguenze della stessa, in maniera così delicata; Prickett costruisce un romanzo per immagini che ci consente di ascoltare voci, percepire suoni e odori, ma soprattutto ascoltare uno struggente silenzio…

https://www.ivorprickett.com
Nada Beader plays with her Niece’s daughter Gorana. Gorana’s mother Volga returned to her partially destroyed flat in Knin town centre in 2001. With the help of the OSCE she secured state funded reconstruction and now lives there with Gorana and her Mother. 2006-2008

Il Nono Piano

Il pulsante è ancora rosso, significa occupato: l’ascensore tarda ad arrivare, poi eccolo dopo un’attesa che è sembrata interminabile. 

E’ una mano tremante, appendice di un braccio dove pochi lembi di pelle sono intatti, che preme il numero della nostra destinazione: il nono piano.

Siamo diretti nell’appartamento situato nella FIfth Avenue di Manhattan, o sarebbe meglio definirlo ex appartamento come ex milionario è Joe Smith, che negli anni 60 del secolo scorso permise ad un tossicodipendente di trasferirvisi .

Oltre a non ottenere mai i soldi dell’affitto, Smith vide trasformarsi lentamente il suo appartamento in un rifugio per tossici, che lo svuotarono di tutti gli oggetti che potevano avere un valore, per alimentare la loro dipendenza.

Esistenze ridotte ai minimi termini, costrette a vivere senza corrente elettrica e gas, quindi in condizioni igienico sanitarie estremamente precarie.

Alcune stime collocano un numero di tossicodipendenti da eroina negli Stati Uniti a 600.000 individui, con un numero crescente di adolescenti e giovani adulti che vanno ad incrementare questo numero già impressionante.

In questo appartamento veniamo guidati dalla fotografa Jessica Dimmock, rappresentata dalla VII Agency.

Concentrando il suo obiettivo su tre persone o meglio tre storie, la Dimmock osserva e ascolta mentre i giovani del nono piano sprofondano nella disperazione e cercano contemporaneamente un’improbabile via verso la redenzione.

Riesce addirittura a stabilire un legame profondo  con una giovane coppia che dopo la nascita di loro figlio decide di abbandonare quella comunità così fuori dal mondo.

Questa è una delle testimoninaze di uno degli occupanti del nono piano,Jessie: ‘Com’è stata la prima volta mi sono fatta di eroina? Non lo dimenticherò mai. La porta del mio compagno di stanza era aperta, c’era po ‘di crack sul letto ed era come vivere un film o qualcosa del genere. C’erano la candela e il cucchiaio sopra la candela. E cos’ è iniziato il mio viaggio nella dipendenza’

‘The Ninth Floor’ è un’esperienza nel degrado mentale, ancor prima che fisico: è una caduta irreversibile nella dipendenza dove sì ha l’amarissima sensazione che non ci sia possibilità alcuna di risalita e rinascita.

E’ un progetto empatico , che viste le difficoltà nel creare relazioni, esalta la capacità della Dimmock di porsi di fronte ad una situazione borderline in cui la fotografa diventa muta testimone.

Si dice spesso che il fotoreporter abbia la necessità di diventare invisibile per raccontare una buona storia: ultimamente ci è capitato di ascoltare una frase in proposito da un ‘certo’ Paolo Pellegrin che dice che il fotografo diventa invisibile quando la sua presenza diventa particolarmente ingombrante: Jessica Dimmock è riuscita pienamente a dimostrare questo concetto.

Il segnale dell’ascensore è spento, stavolta è il nostro dito che preme quel pulsante; il viaggio dell’ascensore ci consente di riflettere su questo trip di immagini. Lo scatto della cabina ci risveglia; è ora di tornare nella luce, e ci si chiede se sia stato tutto un sogno o se veramente l’umanità ha questa capacità innata di autodistruggersi.

Fuori c’è il sole, la gente si muove freneticamente, un’ultimo sguardo verso questo palazzo: nel cuore dell’America per bene, c’è un ascensore che sale, perché l’inferno non è solo una discesa…

Ancora una volta Alisa

‘Give me your eyes 
That I might see the blind man kissing my hands 
The sun is humming 
My head turns to dust as he plays on his knees 
As he plays on his knees 
And the sand 
And the sea grows 
I close my eyes 
Move slowly through drowning waves 
Going away on a strange day’

Se avete ‘Pornography’ dei Cure, fatelo partire e lasciate il volume ad un livello moderato; è la colonna sonora perfetta per immergervi nelle atmosfere surreali di una città che si trasforma in un non luogo, tra atmosfere sospese ed una carrellata di personaggi che sembrano usciti direttamente da un film di Tim Burton.

Berlino diventa un palco dove recitano inconsapevoli attori che si muovono tra solitudine, agonia e sottile ironia.

‘Encountering a human being means being kept awake by an enigma’

Il libro di Alisa Resnik si apre con questa citazione di Emmanuel Levinas, incontrare un essere umano significa restare svegli di fronte ad un enigma.

E ‘One Another’ è uno scrigno che di enigmi ne contiene diversi.

La visione non è mai nitida, la sensazione è quella di muoversi all’interno di questo spazio senza che i nostri occhi riescano a mettere a fuoco: siamo entrati nel sogno dell’autrice che ci ha aperto porte oniriche che difficilmente avremmo varcato da soli.

Ci spostiamo da osterie vuote per entrare in case dove incontriamo personaggi il cui sguardo non incrocia mai il nostro ma si perde cercando qualcosa che probabilmente esiste solo nella loro mente.

La luce che si alterna all’oscurità ha un tocco che rimanda alle opere di Caravaggio: è potente e delicata allo stesso tempo, ma non ci scuote mai dal nostro sogno, anzi sembra quasi voler aprire nuovi varchi.

Eccoci allora in quello che potrebbe essere lo zoo di Berlino, ma non possiamo essere certi di nulla, se non che forse siamo di fronte ad un dromedario, o almeno così sembra dai contorni che si sfumano lentamente e che trasformano quella sagoma nel volto di un nuovo personaggio surreale.

E’ un continuo alternarsi tra interni ed esterni, movimenti da capogiro neanche fosse una giostra vertiginosa.

Alberti deformati, luci distorte, volti che appaiono e si trasformano, è una vertigine preziosa di cui lo spettatore difficilmente riesce a distaccarsi.

E’ tutto semplicemente perfetto in questo paradosso visivo.

E suona così anche l’ultima traccia di Pornography, l’album dei Cure che ci ha accompagnato in questo viaggio e che conferma di essere davvero la colonna sonora ideale.

‘We all look so perfect

As we fall down

As we all fall down

In an electric glare

In an electric glare

The old man cracks with age

The old man cracks with age

She found his last picture

She found his last picture

In the ashes of the fire

In the ashes of the fire

An image of the queen

An image of the queen’

Riapriamo gli occhi, torniamo nella nostra realtà, i nostri sensi sono stati inebriati da una visione preziosa.

Mi ricordo di un’intervista rilasciata dalla Resnik poco dopo l’uscita del suo libro, vado a ricercarla e fortunatamente la trovo:

Ho visto che in diverse foto c’è un po’ di rumore di fondo. Usi il noise come una sorta di abbellimento o sono semplicemente venute così?

Sono venute così perché sono una fotografa di merda (risate generali). Mi stai intervistando ed è giusto essere sinceri. Scrivilo pure!

Ma dai… non penso proprio tu sia una fotografa di merda.

Non sono “dentro alla tecnica”. Chiaramente ho una conoscenza di base ma non so se sia un vantaggio o uno svantaggio per me. Di certo sono più istintiva, non sto troppo a pensare a quali parametri usare. Però questo a volte può essere un limite specie quando fotografo quasi al buio, con pochissima luce. E questo non perché voglia farlo ma per il fatto che per scattare ho tempo solo la sera. Tornando alla tecnica, sì, in certe situazioni sarebbe stata d’aiuto e certe foto sarebbero potute venire meglio ma è così e va bene così com’è.

Alisa Resnik, non solo una grande grandissima fotografa, ma un’artista inimitabile che crea immagini sincere, dandoci una vera e propria lezione sulla potenza dell’immagine.

Grazie Alisa, ne avevamo davvero bisogno!

http://www.alisaresnik.com

The restoration will

Il terremoto di Sendai e del Tōhoku del 2011 si verificò l’11 marzo 2011 al largo della costa della regione di Tōhoku, nel Giappone settentrionale, alle ore 14:46 locali alla profondità di 30 chilometri. Il sisma, di magnitudo 8,9 con epicentro in mare e con successivo tsunami, è a tutt’oggi il più potente mai misurato in Giappone e il quarto a livello mondiale.
A un mese dall’evento, il numero delle vittime da parte della National Police Agency giapponese fu di 13.228 morti e 14.529 dispersi, con stime dei dispersi effettivi vicine ai 17.000 per un totale di oltre 30.000 vittime. Ad oggi, il numero ufficiale è di 15.703 morti accertati, 5.314 feriti e 4.647 dispersi

‘The restoration will’ è un racconto doloroso e intimo sulla perdita. 
Mayumi Suzuki ha perso i genitori in questa catastrofe; la loro casa, che veniva utilizzata anche come studio fotografico, è stata spazzata via. 
Al suo ritorno la fotografa trova solo macerie: ma in mezzo a tanta distruzione ritrova i resti della camera oscura e soprattutto la macchina fotografica del papà, il suo portafoglio e l’album di famiglia, tutto irrimediabilmente coperto dal fango.
E da queste scoperte che nasce nella fotografa il rimpianto di non avere seguito le orme dei suoi genitori, prendendo in gestione lo studio fotografico.
Poi un giorno Mayumi scatta una fotografia con la macchina ritrovata; l’immagine è risultata oscura e sfocata, come una visione surreale.
Le immagini diventano un ponte tra due mondi, quello reale e quello dove si trovano i suoi genitori.
La fotografa prova a dare una rappresentazione dell’attuale situazione della sua terra cercando di immedesimarsi nella visione che ne avrebbe avuta il papà.
‘The restoration will’ diventa un dialogo intimo tra chi è rimasto e chi non c’è più, anche attraverso le istantanee ritrovate, adeguatamente pulite e ristampate per essere inserite nel libro che ha visto la luce nel 2017.
Stampato in 87 copie, numero emblematico poiché sono gli anni che lo studio fotografico dei Suzuki è rimasto in attività, è una dedica alla memoria dei genitori di Mayumi, i cui corpi oltretutto non sono mai stati ritrovati.
Ma oltre le fotografie risultano estremamente toccanti i dialoghi con la sorella Hirono, da cui emerge l’ansia e la paura per la perdita quasi certa.
Un progetto unico che ci trasporta nel dramma dello tsunami ed al tempo stesso nella potenza della fotografia come testimone imperitura dell’amore e del tempo fermato.

https://www.mayumisuzuki.jp
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