Bianco

Laboratorio Permanente d'Immagine

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Il Mondo è una spiaggia

Calendario alla mano l’estate è alle porte, anche se meteorologicamente parlando è iniziata già da qualche giorno.
E allora fotograficamente parlando ci sembra opportuno darne una versione fotografica attraverso l’opera di uno dei grandi Maestri della fotografia contemporanea: Martin Parr ed il suo Life’s Beach.

Per i pochi, pochissimi che non lo conoscessero, Martin Parr è uno dei fotografi più dissacranti, ironici ed al tempo stesso delicati della nostra epoca, oltre che membro della storica agenzia Magnum.
Il suo approccio alla fotografia è di tipo documentaristico-antropologico, e non è mai banale. Nei suoi lavori è possibile riconoscere le sue origini e la sua profonda, dolce ironia. Il suo sguardo su tutto ciò che appare kitsch è sempre delicato, come se ne fosse sempre affascinato e incuriosito.

Il suo corredo è composto da macro obiettivi, flash ed anello ad alta saturazione; gli elementi che diverranno un vero e proprio marchio di fabbrica della sua fotografia.

Ma torniamo a Life’s Beach; per oltre quarant’anni, Martin Parr ha fotografato la società, quindi le persone, nelle spiaggia di tutto il mondo.

Il fotografo è una quintessenza travolgente che è altrettanto sovraesposta, come l’abbondanza di pelle bruciata dal sole e corpi di bikini oliati. 
Come Parr disse una volta all’Independent, “Il mare deve essere uno dei luoghi più affascinanti per osservare le persone. È un luogo in cui possiamo rilassare le nostre inibizioni, e questo è il momento in cui le vere personalità sono esposte”.

I suoi ritratti di bagnanti, nuotatori e pic-nic di sabbia sono un vero affresco di un’umanità messa a nudo, in cui tutte le assurdità e gli strani comportamenti si fondono perfettamente.

Quella per la spiaggia è per Parr una vera e propria ossessione. L’autore spiega candidamente, e con il suo consueto sorriso sornione: “In America you have the street, in England we have the beach”.
Ci viene da dire, non fa una piega, rimanendo sull’onda ironica di Parr.

Life’s Beach è costituito da 98 fotografie, ipersature, nelle quali l’autore presenta ironicamente il fenomeno di massa del “sunbathing” e pratica un’esplorazione sociologica della vita di spiaggia, sul limite tra il cattivo gusto e l’assurdo, tra il kitsch e la più genuina umanità, che tutti noi esseri umani esprimiamo quando ci abbandoniamo senza freni al relax sguaiato, scomposto, sudato e goffo del vivere una giornata al mare.

Quella di Parr è una ricerca antropologica che non giudica ma osserva e riporta in immagini quello che è l’essere umano, con la sua debolezza, la sua vanità ed il suo edonismo.

La spiaggia ci mette a nudo nel vero senso della parola, mostrando quel l’aspetto caratteriale che rimane sopito durante il resto dell’anno all’interno di un ufficio, di una fabbrica, di un appartamento.
Ecco, il mare ci rende tutti uguali ponendoci sullo stesso piano, annullando le scale sociali, perché in fondo la sabbia che calpestiamo ha lo stesso calore, lo stesso colore così come l’acqua che tanto bramiamo quando non riusciamo proprio più a resistere al sole.

E al sole, alle spiagge, ma magari anche ai monti noi dello staff di Bianco vi auguriamo di trascorrere una splendida estate.
La nostra rubrica va in vacanza e ritorna con nuovi contenuti a settembre, ma non vi abbandona poiché riproporremo ciclicamente i nostri articoli, in modo magari da farvi recuperare qualcosa che può esservi sfuggito.
Potrete inoltre trovare l’elenco dei contenuti sul nostro sito, alla voce Fotoscoperte:

http://www.laboratoriobianco.it/category/blog

Vi ringraziamo infinitamente per l’affetto e l’attenzione con cui ci avete seguito fino ad oggi, i numeri delle visite e delle condivisioni sono lì a testimoniarlo; e proprio per questo cercheremo sempre proposte interessanti e di qualità, mettendo il massimo impegno nel presentarli.

Buona estate a tutti e buon divertimento con Martin Parr

https://pro.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=SearchResult&ALID=2K1HRGY6SGA

Lo Staff di Bianco

GB. England. Kent. Margate. 1986.

Glasgow

Esistono progetti che hanno bisogno di tempo per essere donati alla nostra visione e ai nostri occhi.
Le ragioni di quest’attesa possono essere molteplici e molto diverse tra loro; dall’esigenza personale ed intima del fotografo ad una situazione che nel momento in cui viene realizzata non corrisponde alla richiesta del mercato e dell’opinione pubblica.

Per presentare ‘Glasgow’ del fotografo francese Raymond Depardon, membro dell’agenzia Magnum, era necessaria questa premessa.

Il progetto nacque infatti da un assegnato da parte del Sunday Times che intendeva rivalutare a livello turistico la città scozzese, ritenuta meta sottovalutata rispetto alle sue potenzialità.

Siamo nei primi anni 80 e Depardon era all’epoca reduce dal reportage a Beirut, durante la guerra civile libanese dell’82.
Il fotografo trovò moltissime similitudini tra Glasgow e Beirut; per motivi assolutamente diversi entrambe le città attraversavano una crisi profonda.

Se per Beirut i motivi erano prettamente legati al sanguinoso conflitto, Glasgow era segnata da una profonda crisi economica , risultato della politica attuata dalla Lady di Ferro Maragaret Thachter.

La Glasgow di Depardon è molto vicina a realtà odierne, una sorta di enorme periferia, depotenziata di servizi e opportunità e ridotta ad un enorme quartiere dormitorio; ma nonostante le oggettive difficoltà la popolazione dimostrò un grande senso di comunità ed appartenenza.

Depardon si cala in una realtà inaspettata, come lui stesso dichiara, mai si sarebbe aspettato di trovare una città europea ridotta in un simile stato, permeata in un’atmosfera da vera e propria guerra civile.

“Ho lavorato a Glasgow come ho fatto per le strade di Beirut, senza pregiudizio e nonostante fossi sconvolto dalla povertà, amavo ogni minuto. Non importa dove io sia andato, la gente era accogliente e non sembrava mai triste per il proprio destino”.
A far da fixxer per Depardon nella sua esplorazione della prima città scozzese per estensione, furono i bambini.
“E’ grazie a loro che ho potuto scattare fotografie incredibili, perché per i bambini ero solo un nuovo amico con cui giocare“.

Ma le immagini prodotte dal reporter francese non vengono prese in considerazione in virtù di una certa estetica volta a raccontare qualcosa di estremamente crudo; ‘Glasgow’ rimane infatti un progetto inedito fino al 2016 quando diviene un libro, la cui prefazione è curata dallo scrittore britannico William Boyd che rimase particolarmente colpito dalla straordinaria potenza narrativa delle immagini tanto da dichiarare che queste erano la perfetta rappresentazione della situazione all’ora attuale: “la privazione e la disperazione incise nei volti dei giovani e dei vecchi”.

‘Glasgow’ è un documento per immagini unico, in cui si mescolano diversi sentimenti e sensazioni: la bellezza e la forza delle immagini sono una continua riflessione su un’epoca lontana, eppure ancora così vicina se proviamo a pensare all’attuale momento che il Regno Unito sta vivendo in relazione con la Brexit.

‘Glasgow’ è uno scrigno di storie raccolte in un unico fotogramma, un puzzle che si compone lentamente e che alla sua definizione ci lascia un sapore agrodolce che difficilmente riusciremo a dimenticare.

https://pro.magnumphotos.com/C.aspx…

Brutti, sporchi e cattivi

Brutti, sporchi e cattivi

‘Ragazzo, studia a scuola ed impara dalla strada…..e sarai due volte più bravo degli altri.’
Sonny, dal film Bronx

Il Bronx è uno dei quartieri storicamente più famosi di New York, o sarebbe meglio dire tristemente famosi.
Nel progetto Bronx Boys Stephen Shames, fotografo specializzato nel reportage sociale e di denuncia legato alla povertà giovanile e alle questioni razziali degli Stati Uniti, ci racconta il Bronx attraverso la costruzione di un vero e proprio archivio storico, con fotografie scattate tra gli anni 70 ed il secolo in corso.

Fotografie che concentrano la loro attenzione sulle bande composte da ragazzini e adolescenti: un mondo di violenza, rifiuto, amore, speranza e redenzione nello stesso tempo.

Shames torna spesso nel Bronx, che ha visto trasformarsi nel corso degli anni: ‘le persone che lo abitano mi hanno preso a cuore e mi considerano di famiglia. E quando sei di famiglia un posto può essere ancora pericoloso a volte, ma è casa e la gente ti protegge’.

Il Bronx ha una bellezza terribile, severa e aspra, come il deserto. 
A prima vista, si può credere che nulla possa sopravvivere. 

Ma la fotografia racconta che la vita sta comunque andando avanti tutt’intorno. 
Le persone si adattano, sopravvivono e prosperano persino in questo paesaggio urbano di piaceri veloci e false speranze.

Nel 1700 Thomas Hobbes descrisse la vita come “continua paura e pericolo di morte violenta; e la vita dell’uomo, solitaria, povera, cattiva, brutale e corta “. 

La vita è ancora così nel Bronx.  
Quelle che compongono Bronx Boys sono le foto di amici che Shames ha incontrato bambini e che sono diventati la sua famiglia, 
così come tante sono le persone che sono passate attraverso il suo obiettivo almeno una volta e poi sono scomparse per sempre. 
Storie di amici che sono cresciuti, si sono innamorati, hanno avuto dei figli.

Ecco che il Bronx diventa un enorme contenitore di sentimenti contrastanti ma che segnano in maniera indelebile le esistenze di chi questo territorio lo considera semplicemente casa.

E cosa ci protegge di più della nostra casa dal mondo esterno?

Bronx Boys è un viaggio attraverso la trasformazione di un territorio complicato, di come sia mutato nel corso di più di un trentennio: forse migliorando, ma rimanendo sempre chiuso su se stesso.

Guardando queste immagini abbiamo provato a dimenticare lo spazio ed il tempo, arrivando alla conclusione che spesso la nostra quotidianità è fatta di tanti Bronx, non solo luoghi, ma persone così vicine ma apparentemente lontanissime da essere celato al nostro sguardo, il più delle volte in maniera tristemente consapevole…

Il testo sacro della fotografia

Il libro di Chanarin e Broomberg a prima vista è in tutto e per tutto l’Antico Testamento della religione cattolica; una copertina nera con il titolo in rilievo dorato.

Aprendolo però ci accorgiamo di essere di fronte a qualcosa di molto molto diverso…

Agli scritti sono sovrapposte fotografie che richiamano in modo indiretto versetti specifici o parole sottolineate in rosso.

Frasi dal tono minaccioso e violente come ‘menzogna per menzogna, occhio per occhio, dente per dente, ferita per ferita, vita per vita’ , sono accompagnate dalla foto di un enorme fungo di gas provocato dall’esplosione di una bomba atomica.

Una fotografia in bianco e nero di una coppia che si bacia fa riferimento al versetto ‘Le mie labbra, la mia lingua, la mia gioia’ tratta dal Libro dei Salmi.

L’interpretazione fotografica de La Sacra Bibbia fa sì che la scelta del testo e delle immagini è particolarmente complessa se non addirittura problematica, dal momento che può essere vista da alcuni come volontariamente provocatoria, se non addirittura blasfema. La frase “frecce ubriache di sangue” (Deuteronomio 34:32), per esempio, è accompagnata da una fotografia di cadaveri impregnati di sangue di due giovani donne. Un’immagine scioccante delle vittime del campo di concentramento dell’Olocausto; i loro corpi ammucchiati in un mucchio, è legata alle parole “principi della congregazione” (Giosuè 9:15). 

Per non parlare della fotografia di un bambino palestinese vestito da attentatore suicida che viene posto in relazione con il versetto “Come è la madre, (così è) sua figlia” (Ezechiele 16:44) .

Scorrendo si arriva ad un ritratto al limite del pornografico di un giovane nudo con un’erezione e altre di coppie che fanno sesso; oltre a fotografie di vittime di suicidi, nazisti in uniforme, deformità e sfregi. 

Tutte le fotografie scelte dagli autori provengono dall’Archivio dei Conflitti Moderni, una vasta collezione privata di fotografia ospitata a Londra.

Una scelta così azzardata e provocatoria viene spiegata nelle parole di Chanarin:

‘Il libro include alcune immagini che sono indubbiamente violente e scioccanti . Abbiamo discusso se non utilizzarle o meno ma, dopotutto, esistono all’interno dell’archivio e altrove, ed anche se non ci piace a guardarle hanno una vita e sono fruibili. 

 L’artista, Thomas Hirschhorn, ha sostenuto che le immagini dei corpi distrutti devono essere guardate. È nostro dovere guardarli. Includere queste immagini nella nostra Bibbia rappresenta un antidoto al modo in cui i media mainstream sono orribilmente controllati e infettati. In realtà, la nostra bibbia illustrata riguarda ampiamente la fotografia e la sua responsabilità nel dover raccontare la catastrofe. “

Broomberg e Chanarin sono tra gli artisti politicamente più impegnati che lavorano oggi nel mondo. “Siamo più interessati al mondo che al mondo dell’arte”, hanno detto a un intervistatore di recente. 

Hanno iniziato la loro collaborazione come fotografi mentre lavoravano per la rivoluzionaria rivista Colors nei primi anni ’90, dove la pratica del postmodernismo ed il reportage esistevano in una convivenza complicata, e da allora hanno sempre lavorato insieme da allora. 

Tornando a The Holy Bible si ha l’impressione che il vero protagonista e quindi il messaggio che i due lanciano sia legato al potere. 

Broomberg descrive il progetto come “un parallelo tra un libro sacro che è così legato al potere e alla fotografia, un mezzo che possiede questo potere straordinario, spesso inconsapevole”.

L’altra pietra di paragone forse più importante per il progetto è il saggio Divine Violence del filosofo contemporaneo di origini israeliane Adi Ophir, che traccia un parallelo diretto tra la violenza della Bibbia e la violenza dello “stato moderno, un multi-apparato che si sforza di controllare tutto ciò che contiene e di contenere tutto ciò che può controllare. ” 

Broomberg dice: “Abbiamo scelto la Bibbia perché eravamo in comunicazione con Adi e il suo testo ha plasmato il progetto in modo morale e politico. La Bibbia  è una lettura assimilabile ad  una parabola moderna, per il rapporto tra una certa politica globale e le catastrofi a cui questa ci sta portando. Il tutto messo in relazione attraverso uno strumento potentissimo come la fotografia.’’

A chi gli domanda se sono preoccupati che il libro possa essere considerato blasfermo o un attacco alla religione, Chanarin risponde : “Se leggi davvero l’Antico Testamento dalla prima all’ultima pagina, noti molto rapidamente che Dio si rivela attraverso atti di catastrofe, attraverso la violenza. Continuano ad accadere cose terribili, un’alluvione che cancella quasi tutta la sua creazione, la distruzione di Sodoma e Gomorra.  Siamo costantemente testimoni di morte su scala epica e le vittime non conoscono quasi mai ciò che hanno fatto per meritare tale distruzione e punizione “. 

Broomberg concorda: “La stessa Bibbia potrebbe essere considerata altamente offensiva e provocatoria: tutto ciò che stiamo facendo è equiparare il suo violento progetto con il violento progetto della fotografia. Speriamo anche che questo aiuti a riscoprire il testo – e che qualcuno possa poi leggerlo in autonomia e sotto un nuovo punto di vista.’’

Holy Bible è un progetto mastodontico, provocatorio ed intelligente; è una storia nella storia tra sacro e profano, tra umano e divino.

Ma è soprattutto qualcosa che va al di là della fotografia, uno stimolo per tutti per riflettere su duemila anni di storia ma anche sul futuro, sacro o profano che sia…

http://www.broombergchanarin.com/text-holy-bible-reprinted-with-images

Lontani dal mondo

«Il 12 maggio 1997, all’età di 57 anni, sono andato in pensione, dopo aver guidato il camion per 34 anni attraverso l’America. I miei figli erano tutti grandi, io e mia moglie stavamo a casa e avevo parecchio tempo libero. Non so quando, ma a un certo punto ho cominciato a prendere cattive decisioni. Dopo circa tre anni, sono stato arrestato e accusato di atti osceni e libidinosi con bambini di età inferiore ai 12 anni. Ho fatto del male psicologico a tre ragazze, che le segnerà per il resto della loro vita. Ho fatto del male anche a mia moglie e alla mia famiglia. E a molte altre persone, in modi diversi».

Così scrive Paul, uno degli abitanti dei bungalow di Miracle Village, un villaggio della Florida meridionale immerso nelle piantagioni di zucchero ed in un silenzio artificiale.

Ma Miracle Village non è una comunità come le altre; i suoi ospiti sono i cosiddetti sex offenders, persone condannate per reati sessuali.

Nei 50 bungalow che lo compongono, vivono persone che hanno abusato di minori, come Paul, oppure hanno molestato i propri figli, guardato filmati pedopornografici o fatto sesso con fidanzate minorenni. 

Secondo le leggi della Florida, fra le più rigide di tutti gli Stati Uniti, dopo aver scontato la pena le persone condannate per reati sessuali devono iscriversi in un registro dove segnalano, fra le altre cose, i propri contatti e l’indirizzo di residenza, e la loro identità può essere rivelata alla comunità attraverso giornali, volantini e altri mezzi per prevenire nuovi reati. I sex offender, inoltre, non possono vivere a meno di 300 metri da una scuola, da un asilo, da un parco o da un’area giochi, limite che in alcune città è stato portato fino a 750 metri e al quale sono state aggiunte le piscine, le fermate dell’autobus e le biblioteche.

Limitazioni che riducono drasticamente il raggio dei esistenza di queste persone e che rendono legali le loro nuove residenze.

Ma da parte degli esperti questa soluzione è spesso criticata: secondo Jill Levenson, professore associato della Barry University, ateneo privato e cattolico di Miami, è possibile che troppi sex offender in un solo luogo possano aumentare i rischi per le comunità limitrofe.

«Se qualcuno fa qualcosa di rischioso, gli altri lo riprendono o fanno rapporto alle autorità, perché una ricaduta può essere problematica per tutti gli abitanti della comunità», ci spiega Levenson, che è autrice di numerosi studi in materia. «I sex offender, però, non commettono abusi sui bambini perché risiedono nei pressi di scuole o parchi. Piuttosto creano le opportunità coltivando nel tempo rapporti con i bambini e le loro famiglie».

A vigilare su Miracle Village è il detective Courtney Minton, dell’Unità Sexual Predator and Offender della polizia di Palm Beach County. Ogni settimana visita la comunità, controlla gli indirizzi e si assicura che i residenti abbiano registrato i propri contatti come previsto dalla legge. Il detective Minton è responsabile di 300 sex offender sui 900 che vivono nella contea, mentre in Florida sono 65 mila e in tutti gli Stati Uniti arrivano a 840 mila.

Nel villaggio si tengono corsi sul controllo della rabbia, terapie sul sesso e studi biblici, oltre ai trattamenti psicologici che per la maggior parte dei sex offender sono obbligatori. Alcuni fra i residenti indossano cavigliere per la sorveglianza elettronica, hanno il coprifuoco alle 19 e non possono avere né un computer né un cellulare, ma sono liberi di fare attività e di lavorare nelle città vicine, come per esempio alla chiesa metodista di Pahokee, a cui in diversi forniscono musica dal vivo durante le funzioni. «Riceviamo ogni settimana fra le 10 e le 20 domande d’ammissione», ha raccontato alla Bbc Jerry Youmans, coordinatore delle ammissioni di Matthew 25 Ministries, anche lui condannato per reati sessuali. «Cerchiamo di non accettare persone con un passato di violenza o droga, e di non prendere pedofili diagnosticati, ovvero coloro che hanno stimoli sessuali soltanto verso i bambini. Vogliamo proteggere le persone che sono qua».

A Miracle Village vivono infatti anche alcuni bambini, visto che le leggi della Florida non impediscono ai sex offender di risiedere nello stesso quartiere di minorenni: l’unico limite può essere imposto dai termini della libertà vigilata, che ha il potere di proibire ogni contatto. 

Miracle Village è un progetto fotografico ambizioso e soprattutto coraggioso; Sofia Valiente entra e quindi ci conduce in un mondo quasi irreale, una sorta di ultimo rifugio dell’umanità.

Non sopravvissuti, ma peccatori, forse della peggior specie, che provano a riemergere e riprendere le loro vite, consci che non ci sia una redenzione definitiva.

http://www.sofiavaliente.com/miracle-village
Paul standing outside on his porch.

I gradini della vita

‘Questi scalini non sono neanche i dignitosi gradini per i quali scendi sulla terra, dall’alto dei tuoi pensieri; sono i gradini che ogni volta ti mancano e ti avvicinano di giorno in giorno ad un corridoio ghiacciato, colmo di vecchi spauracchi.

E per tutta la vita scenderai questa scala…’

Michel Leiris, Aurora

Un’immersione nei meandri più oscuri della mente umana, attraverso un delirio visivo che sembra uscito da un sogno in  monocolore che tiene lontana l’alba del risveglio.

E’ un mondo austero quello descritto da Michael Ackerman in Half Life , caratterizzato da un bianco e nero netto, senza scale di grigi, con elevato contrasto e caratterizzato da una granulosità costante; eppure c’è anche tenerezza, un vero paradosso!

Tenerezza nei confronti del genere umano che in quest’opera sontuosa, ci viene descritto; forse perché in fondo la fotografia è un gioco, un gioco in cui le regole non sono mai chiare e tutto è spesso confuso.

E sono proprio questi elementi che la rendono al tempo stesso così affascinante e misteriosa; un invito a giocare, a rischiare senza regole.

Half Life nasce proprio così, un lavoro istintivo, anarchico, senza che dietro ci sia un’apparente motivazione a spingere l’autore.

I bambini giocano, spesso inventando i propri giochi, cambiando felicemente e facilmente le regole in ogni occasione. 

Gli adulti non lo fanno più e forse l’arte può aiutarci a recuperare alcune delle abilità che abbiamo perso per strada. 

Ecco allora Half Life, il dado ora è lanciato.

Half life è un progetto consistente in scatti tratti da vari momenti della produzione di Ackerman. Realizzate nelle più intense città del pianeta, da New York sino a Cracovia, Varsavia, Katowice, Parigi, Napoli e L’Avana; le immagini sono le tracce di una sensibilità lancinante e perennemente alla ricerca del senso del vivere. Figure eteree, una realtà sfuggente e oscura, allucinazioni e visioni, luoghi e personaggi sconosciuti che si confondono in una rappresentazione indistinta in cui tutto appare privo di consistenza e spessore fisico.

Siamo in una dimensione sospesa, i piedi non toccano terra, la mente si distacca dal corpo per intraprendere un viaggio etereo.

Hackerman ci offre la possibilità di dare forma ai nostri fantasmi, a quelle figure che si aggirano nell’onirico di ognuno di noi.

Paesaggi al limite, dai contorni sfocati, dove si perde la dimensione del tempo e dello spazio.

Tutti avrete sentito leggende legate alle case stregate, ma mai ai libri stregati; ebbene in questo caso siamo di fronte a uno di questi.

In un libro stregato ci può essere una porta e magari dietro di essa una scala dai grandi scalini che si scendono troppo velocemente. Oppure una tenda che copre la pagina, ed in Half Life ci sono tantissime tende, vecchie tende polacche o cubane, ereditate dagli anni 50, cortine di regimi socialisti, al tempo stesso irriverenti e piene di dignità, utili contrappesi alla vertigine e alla nudità che imperversano in tante altre pagine.

E poi volti, volti di soli uomini, uno che tornerà e ritornerà: una sorta di alter ego del fotografo stesso; poi tutti gli altri, ragazzacci, poeti, adolescenti perduti, pugili finiti ko, fumatori compulsivi, malati in ‘congedo’ da qualche ospedale nel nulla.

Si arriva ad Auschwitz, una serie caratterizzata dall’immobilità della morte, con sguardi schedati dalla paura e dalla follia.

E’ ora di risalire, una faticosa risalita; quello di Ackerman è una discesa negli inferi, nel dolore, ma soprattutto nella fragilità umana che richiama la tenerezza di cui parlavamo sopra.

Non è un caso, che alla fine della visione di Half Life risuoni nella mente un verso del sommo poeta: ‘e poi uscimmo a riveder le stelle’

https://www.agencevu.com/photographers/photographer.php?id=1
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